Evening Post, le storie di oggi

11 gennaio 2019 

La redazione del Post è un assortimento di persone dai percorsi e dagli studi e dalle esperienze più varie, quindi non è raro che nelle nostre conversazioni emergano sorprendenti expertise ultraspecifiche, in campi particolari e imprevisti.
A volte, per puro caso, si scopre ad esempio che una redattrice è esperta di bizzarri semi delle Seychelles, o che un redattore sa tutto di veicoli militari degli anni ’80. Nonostante ci siano state diverse prove di questo sapere spezzettato ed enciclopedico, oggi ci siamo comunque sorpresi quando – scherzando attorno a un meme sulle competenze storiche – abbiamo scoperto che tra noi c’era un esperto di pidgin basco-islandese. Studiatelo, che può sempre tornare buono.

Le notizie:
– Di Maio dice che potrebbe esserci «un nuovo boom economico».
– Si vocifera di un referendum sulla Tav (ma c’è molto altro, dietro).
– L’ad di Autostrade per l’Italia è stato assolto per l’incidente del viadotto di Avellino nel 2013.
– Trump non vuole rinunciare al muro: non sembra proprio che riuscirà a costruirlo, ma c’è uno strumento che gli permetterà di non perdere la faccia, nel probabile fallimento.
– Gli Stati Uniti hanno iniziato a ritirare i loro soldati dalla Siria, dice l’esercito americano, ma c’è qualcosa che non torna.
– Il Canada accoglierà la diciottenne saudita che sta fuggendo dalla sua famiglia.
– A luglio Andy Murray si ritirerà dal tennis, ma dice che potrebbe anche succedere prima.

L’ex avvocato di Donald Trump testimonierà davanti al Congresso. Continuano a succedere arresti e cose strane attorno a Huawei. A Gerusalemme ha aperto una strada che viene chiamata “la strada dell’apartheid”: si capisce velocemente il perché. Da un mese c’è un aereo norvegese bloccato in Iran, ma non è colpa dell’Iran, questa volta. 
Hubble ci fa preoccupare. La nuova astronave di SpaceX sembra uscita da un fumetto, in senso positivo, eh.
Mezzo mondo sta chiedendo a HBO un soprannome in stile Soprano, e HBO risponde alacremente.
Pantene ha scelto benissimo la sua testimonial, va detto.

A volte, nella musica, uno muore e la morte stravolge la sua identità: tutto quel che aveva fatto viene trasfigurato, riletto, mummificato. Con Fabrizio De André non fu così: quando morì, la condivisione della sua grandezza era così consolidata che l’unica cosa che la morte vi aggiunse fu una gran tristezza. Sono vent’anni, oggi.
 
Si avvicina il weekend a grandi passi: il meteo è più generoso dei giorni scorsi. Per chi stasera non ha intenzione di alzarsi dal divano, la tv offre Propaganda Live, Italia’s Got Talent e Tutto quello che vuoi, tra le altre cose. E se qualcuno vi propone di uscire, chiedetegli ser travala for ju? Dovrebbe essere un buon deterrente.
Noi vi salutiamo qui, fate i bravi, non cacciate balene.

Cose da leggere

Nell’eterogenea coalizione che Di Maio sta cercando di costruire in vista delle elezioni europee ci sono antiabortisti antisemiti polacchi, attivisti pro-marijuana croati, liberali finlandesi e gli immancabili gilet gialli francesi, tra gli altri.

Se ne parla perché si sono offerti di accogliere alcuni migranti delle navi Sea Watch 3 e Sea Eye: chi sono i valdesi?

Is this the real life?

Le piante ascoltano, con i fiori. Però no, non è con la fine conversazione che le convincerete a non morire.

Mark Hogancamp fu aggredito fuori da un bar l’8 aprile 2000. Si svegliò dal coma nove giorni dopo, scoprendo di aver perso quasi ogni ricordo dei suoi ultimi 15 anni di vita. Da allora ha costruito e fotografato miniature e miniature di una immaginaria città belga occupata dai nazisti.
Il film che parla di lui sembra non essere un granché, ma la sua storia – quella vera – è notevole.

Si dice “condividi” anche in basco-islandese

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Evening Post, le storie di oggi ultima modifica: 2019-01-11T18:23:53+01:00 da il Post

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