OFNews: Dolce&Gabbana – Intervista a @Dio – è scoppiata la bolla dei Bitcoin

USCITA DI LUNEDì 26 NOVEMBRE 2018

ECONOMIA & FINANZA
Milano Finanza
VOTA 0 VOTI L’aumento dello spread è stato un colpo per la liquidità delle banche. La beffa è che si tratta di una botta arrivata dall’esterno, non legata ai bilanci, che al contrario sono migliorati grazie al calo delle sofferenze. Il risultato finale sarà comunque un peggioramento del credito (in termini di tassi e volumi) nei confronti di famiglie e imprese: i primi segnali sono stati evidenziati nell’ultimo bollettino dell’Abi. Da tempo gli osservatori ricordano che l’aumento dei tassi sui titoli di Stato causa non solo una riduzione del capitale (50 punti base di patrimonio per ogni 100 punti aggiuntivi di spread), ma anche un indebolimento delle banche sui mercati. I numeri della Banca d’Italia hanno chiarito quanto sia costata finora la turbolenza, a qualche mese di distanza da maggio, quando è iniziata la tempesta sull’Italia dopo le prime bozze del contratto di governo. Innanzitutto sono aumentati i tassi che le banche devono pagare per convincere gli investitori a sottoscrivere bond. Tra aprile e ottobre il rendimento medio delle obbligazioni senior garantite a cinque anni quotate sui mercati internazionali è raddoppiato, portandosi all’1%. Il rendimento medio dei titoli non garantiti è triplicato al 2,4%. Negli altri principali Paesi dell’Eurozona non ci sono state variazioni di rilievo.

Milano Finanza
Nel piano industriale presentato ai mercati mercoledì 21 Generali ha previsto acquisizioni e non c’è dubbio che il settore dell’asset management sia nel mirino. Se infatti nel 2016 Trieste scelse di non scendere in campo a difesa dell’italianità di Pioneer, l’appetito per il settore resta alto come dimostra il recente investimento nella polacca Union Investement Tfi. Il risparmio gestito del resto è oggi l’area più interessante nei servizi finanziari e le banche d’affari stanno monitorando molti dossier. L’attenzione nasce dalla buona redditività e dalla crescita delle masse intermediate dovuta soprattutto all’evoluzione delle abitudini di risparmio: «una fetta sempre più consistente di retail si sta spostando da prodotti tradizionali come il risparmio postale, i conti deposito e i bond bancari a soluzioni più evolute, come quelle messe in campo dall’industria del gestito», spiega a MF-Milano Finanza il partner di Kpmg Silvano Lenoci. «A questi fattori si aggiunge poi l’effetto della direttiva CRD 4 che ha allontanato molti investitori avversi al rischio dall’obbligazionario bancario». Gli asset manager internazionali hanno approfittato di questi trend di lungo periodo per guadagnare quote di mercato: nel 2017 le masse amministrate in Europa sono cresciute del 10% a 25.200 miliardi, pari al 147% del pil continentale, come segnalano i dati della European Financial Management Association.

Il Sole 24 Ore
«Il livello degli Npl è ora circa 650 miliardi rispetto ai 1000 miliardi che abbiamo trovato quando l’Ssm (Single supervisory mechanism) ha iniziato a operare. Mille miliardi di crediti deteriorati facevano paura! Le banche italiane in particolare hanno fatto un buon lavoro nella riduzione dei Npl. L’Ssm ha ridotto in maniera significativa i rischi nel sistema bancario nell’area dell’euro, dunque i tempi sono maturi per iniziare il cammino verso Edis, lo schema europeo di assicurazione dei depositi». Serve subito una tabella di marcia per andare avanti sulla condivisione dei rischi, che deve progredire in parallelo alla riduzione dei rischi. Danièle Nouy, presidente del Consiglio di vigilanza del Mvu (Meccanismo di vigilanza unico o Ssm), termina questo dicembre il suo mandato quinquennale alla guida della supervisione bancaria europea: 127 banche significative, quasi 3.000 meno significative con asset totali per oltre 26.400 miliardi. La sua parte l’ha fatta. «Abbiamo conseguito il nostro compito», dice con una punta di orgoglio nella sua ultima intervista alla stampa italiana in veste di Chair: i rischi sono calati, anche grazie alle banche italiane, e ora bisogna raggiungere l’altra sponda del fiume e ultimare l’Unione bancaria, perché «non possiamo rimanere in mezzo al guado».

Milano Finanza
Il lungo scivolone a Wall Street, dove nell’ultimo mese e mezzo ha perso il 24% del valore rispetto al picco di 232 dollari toccato il 3 ottobre, trova pochi riscontri nei risultati industriali e nello stato di forma anche finanziario di Apple . La società guidata da Tim Cook ha infatti chiuso a inizio ottobre una trimestrale da incorniciare, non solo per utili e fatturato a livelli record ma anche per i cambiamenti che evidenzia. Nell’ultimo trimestre, che Apple ha chiuso il 30 settembre, la divisione Servizi ha infatti realizzato ricavi per 10 miliardi di dollari, con una crescita del 21% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, mentre gli iPhone hanno totalizzato ricavi per 37,2 miliardi di dollari, in crescita del 29% nonostante il numero delle unità vendute sia rimasto costante. Si tratta di un’ulteriore conferma della strategia di Apple di puntare a far crescere il prezzo medio dei dispositivi per compensare un mercato in rallentamento, ma soprattutto rappresenta una prova del fatto che iPhone, pur restando centrale nell’ecosistema della Mela, non è più l’unica architrave del bilancio. La crescita impetuosa dei ricavi legati ai servizi, che garantiscono inoltre marginalità estremamente interessanti, ha il vantaggio di essere costante nel tempo, oltre a interessare tutti i possessori di un dispositivo Apple e non solo gli acquirenti dell’ultimo modello.

Il Sole 24 Ore
Nell’ipotesi dello spezzatino al contrario per Telecom Italia, rivelata oggi dal Sole 24 Ore, potrebbe profilarsi anche la quotazione della società dei servizi di cui si prevede lo spin off. È questo quello che raccontano a Radiocor fonti ben informate su una delle proposte in campo per il futuro del gruppo di tlc. In un momento di incertezza, anche dal punto di vista normativo, sul futuro della rete a banda ultra larga in Italia, lo spin off non riguarderebbe dunque l’infrastruttura ma per l’appunto la ServCo, ovvero lo staff, gli amministrativi, il commerciale.

Il Sole 24 Ore
Quanto spaventi un crollo reputazionale in Cina si capisce dai tanti incidenti di marketing e comunicazione accaduti ad aziende e gruppi occidentali (si veda il pezzo in pagina) e alle relative scuse. Nel caso della moda e del lusso la questione è ancora più delicata. Per due motivi: il primo è che i consumatori di questi beni, di fatto superflui, sono sempre più infedeli. Basta un niente – un battito di ali su Instagram – per alienarli in massa. La concorrenza non manca: per un marchio che cade in disgrazia, ce ne sono decine pronti a farsi avanti. Il secondo motivo è che la moda, proprio perché non è una necessità, vive di immagine. Non è un caso se la categoria di maggior successo degli ultimi anni è il cosiddetto lusso aspirazionale.

AFFARI PERSONALI
Il Sole 24 Ore
Nel clima di ribassi perduranti dei mercati azionari, gli operatori attendono qualche segnale che possa far ripartire gli acquisti e, magari, dar vita al tradizionale rally di dicembre. «Nel breve termine rimaniamo aperti alla possibilità di un recupero di fine anno delle borse e dell’euro» afferma Alessandro Fugnoli, economista di Kairos. Fugnoli, tuttavia, suggerisce di diminuire su livelli prudenti la quota di azioni e obbligazioni e di aumentare la liquidità. Di adottare, insomma, una strategia agile, che punti preferibilmente ad attività di valore, più che legate alla crescita. Del resto, sono proprio le azioni sprint del 2018 come la tecnologia Usa e il settore energia ad arretrare. Il ripiego è dovuto sia all’effetto spirale innescato dall’avversione al rischio, sia al crollo del prezzo del petrolio, che è diventato un simbolo della decelerazione (sebbene la quotazione del barile non dipenda solo dall’aumento della produzione industriale, ma anche dalla variabilità dell’offerta globale e di fonti alternative come lo shale oil americano).

Milano Finanza
Il bisogno di protezione è in crescita tra gli italiani, spaventati dall’incertezza riguardo al futuro dell’economia dopo l’impennata dello spread legata al destino del debito pubblico, che pesa come un macigno sulle prospettive del Paese. Non a caso la domanda nell’ultima asta dei Btp Italia è crollata per una paura mai vista prima d’ora nei confronti del titoli di Stato tricolore, che anzi per anni hanno rappresentato il porto sicuro preferito dalle famiglie. In campo assicurativo e in particolare nel comparto Vita sono di gran moda le polizze multiramo, che combinano gestioni separate (ramo I) e unit linked (ramo III) in quantità variabili. Secondo le analisi dell’Ivass, proprio le polizze di ramo I e III vendute singolarmente continuano a perdere terreno rispetto ai prodotti multiramo, anche se dopo l’estate le prime hanno avuto una ripresa per via della turbolenza dei mercati che ha spinto gli investitori verso soluzioni più prudenti. In base ai dati dell’associazione delle compagnie assicurative presieduta da Maria Bianca Farina, nei primi nove mesi del 2018 le polizze Vita di compagnie italiane ed extra-Ue hanno raccolto nuovi premi per 62,4 miliardi di euro, in aumento del 5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. A trainare questo risultato, con premi per 40,1 miliardi, sono state le polizze Vita di ramo I, che sono tornate in auge in questa fase di difficoltà dei mercati perché grazie alla garanzia del capitale investito (al netto dei costi) e alla contabilizzazione dei titoli in portafoglio al costo storico (anziché al valore di mercato) risultano immuni dalla volatilità. Nel solo mese di settembre hanno registrato premi per 5,29 miliardi, il 49,2% in più dello stesso mese del 2017, su un totale del mercato Vita di 7,1 miliardi.

Il Sole 24 Ore
In tempi di mare mosso sui mercati finanziari gli short sellers sono su una nave che continua ad agitarsi tra i flutti, e attimo dopo attimo, sempre accesi, cercano di guadagnare, vendendo e comprando, ma devono lottare per riuscirci. È sempre più difficile nell’era del sempre connesso trarne davvero vantaggio, più di frequente chi fa “short” cerca di farsi meno male possibile. Soprattutto, come accade in questo periodo, quando è davvero complicato prevedere come andrà, con un’elevata volatilità dovuta a tanti diversi fattori difficili da prevedere. Funziona così. Gli “shortisti” che scommettono solo su un titolo, vendono nel momento in cui pensano che le quotazioni per un qualche motivo scenderanno. Con la speranza di ricomprare lo stesso numero di azioni a un prezzo più basso. Se il prezzo cala, e loro hanno visto bene, fanno soldi sulla differenza. Se al contrario il prezzo sale, perdono.

Morningstar
Col dividendo, a volte, conviene giocare un po’ in difesa. Nella ricerca dell’income, infatti, gli investitori possono rischiare di mettere in portafoglio società il cui valore non è giustificato dalla cedola che staccano o in aziende che, nel giro di qualche esercizio, si possono trovare costrette a tagliare il dividendo. “Due indicatori proprietari per poter capire se si ha in portafoglio un titolo valido o una trappola, in termini di dividendo, sono l’Economic moat e il Distance to default (letteralmente: distanza dalla bancarotta, Ndr)”, spiega Dan Lefkovitz, strategist di Morningstar Indexes. “Una società con un buon vantaggio competitivo è in grado di far crescere i suoi profitti e tenere alla larga i concorrenti. Il distance to default è una misura del grado di forza di un bilancio. Indica le possibilità di una bancarotta. Guarda a elementi come il debito e la volatilità e calcola se la somma degli asset di un’azienda corra il rischio di essere inferiore alle sue passività. Le nostre analisi hanno dimostrato che, a fronte di un vantaggio competitivo Ampio e di un maggiore Distance to default, ci sono minori possibilità di vedere una società tagliare i dividendi”.

Morningstar
Le strategie sui dividendi non sono tutte uguali. Se un investitore vuole un Etf (Exchange traded fund) specializzato sui titoli con cedole generose non deve fermarsi all’etichetta. In primo luogo, deve sapere che questi strumenti appartengono alla famiglia degli Strategic beta, ossia sono fondi passivi che non seguono i tradizionali indici a capitalizzazione. In secondo luogo, fanno parte del gruppo di prodotti orientati al rendimento, che si pongono l’obiettivo di ottenere ritorni migliori rispetto ai benchmark standard. In terzo luogo, il paniere è costruito sulla base di vari criteri, tra cui il tasso di distribuzione agli azionisti (payout ratio), il tasso di crescita o la stabilità della cedola nel tempo. Infine, ci sono Etf che combinano anche altri approcci, come ad esempio la bassa volatilità. Per cogliere le differenze, è necessario guardare a come è costruito l’indice, in particolare a tre caratteristiche: il dividend yield, la crescita dei dividendi e la sostenibilità nel tempo.

Il Sole 24 Ore
Nonostante tutto qualche incrollabile ottimista rimane. Come Sonny Singh, Coo dell’operatore di pagamenti in criptovalute BitPay, che ancora giovedì si diceva sicuro che il bitcoin tornerà tra 15 e 20mila dollari per la fine del 2019. Con il bitcoin non si può escludere nulla, ma di questi tempi è difficile essere così fiduciosi. L’ultima settimana è stata infatti di vera passione per le criptovalute, a partire dal bitcoin, che ha perso quasi un terzo del suo valore in sette giorni, crollando ai minimi dall’ottobre 2017. La criptovaluta più famosa è infatti crollata attorno a 4.400 dollari, dopo un tentativo di rilancio fino a 4.800, rispetto alla fascia attorno a 6.400 in cui era rimasta da prima dell’estate, all’insegna di un’innaturale stabilità. In questi giorni ha recuperato anche la sua tradizionale propensione alla volatilità, balzata di oltre il 400%. La capitalizzazione totale di bitcoin è così crollata a 75 miliardi di dollari, meno di un quarto dei 330 miliardi del dicembre scorso, quando le quotazioni avevano toccato il picco a un soffio da quota 20mila dollari.

Il Piccolo
I sindacati proclamano lo sciopero in città il 3 dicembre, giorno di erogazione dell’assegno. Disagi all’orizzonte TRIESTE Sarà caos agli sportelli Unicredit della città lunedì 3 dicembre. Le organizzazioni sindacali di categoria, sia confederali sia autonome, hanno deciso, all’unanimità, di proclamare lo sciopero in quella giornata, per protestare contro «le pessime condizioni di lavoro nelle quali sono costretti a operare i dipendenti della banca, in particolare gli sportellisti». E la data non è stata scelta a caso: lunedì 3 dicembre è la giornata in cui molti pensionati dovrebbero riscuotere la pensione, essendo il primo giorno feriale del mese. Ma non lo potranno fare, anche perché è prevista una notevole adesione: a Vicenza e a Venezia, città in cui lo sciopero è già avvenuto negli scorsi giorni, la partecipazione ha sfiorato l’80 per cento. È perciò molto probabile che, quel giorno, la banca sia costretta a chiudere tutti gli sportelli della città. Certo, esistono i Bancomat, ma non tutti li utilizzano e, in particolare per gli anziani, la riscossione dell’intera pensione in contanti è una necessità che gli sportelli automatici non possono soddisfare, in quanto c’è un limite giornaliero ai prelievi. Insomma è in previsione una giornata di estrema difficoltà nel rapporto fra clienti e Unicredit.

SPECIALI
la Repubblica
Il livello di deficit al 2,4% sul Pil messo per iscritto dal governo dal Def e ribadito in ogni modo a Bruxelles potrebbe non essere intoccabile. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini, intervistato dall’Adnkronos: “Penso nessuno sia attaccato a quello, se c’è una manovra che fa crescere il Paese può essere il 2,2, il 2.6… non è problema di decimali, è un problema di serietà e concretezza”. Parole di apertura, benchè più sfumate, arrivano da casa 5 Stelle. “Il Presidente Conte ha tutto il nostro sostegno. Come abbiamo sempre detto il tema non è il muro contro muro sul deficit, su cui c’è sempre stato pieno dialogo”, spiegano fonti pentastellate. “Non difenderemo i numerini ma i cittadini. È essenziale che gli italiani possano trovare lavoro grazie al Reddito di cittadinanza e possano andare in pensione con quota 100. Queste misure e la platea individuata restano uguali.”

Il Sole 24 Ore
Quattro-cinque miliardi di minori spese per quota 100 e reddito di cittadinanza, legate all’avvio di entrambe le misure dal 1° aprile anziché da gennaio. Uno 0,2% del Pil recuperato sul 2,4% fissato come tetto per il 2019, che il premier Giuseppe Conte tenta di proporre al presidente della Commissione Ue, Jean-Paul Juncker, come benzina aggiuntiva da gettare sul fuoco degli investimenti. Che sono la scommessa per convincere l’Europa sulla tenuta delle stime di crescita per l’anno prossimo (1,5%) previste nella manovra e ritenute poco credibili, non solo da Bruxelles. Le quaranta pagine del dossier italiano sono state limate fino all’ultimo ieri a Palazzo Chigi, prima di essere consegnate da Conte e Tria alla cena a Palazzo Berlaymont con Juncker, il suo vice Dombrovskis e il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici.

La Voce
A margine del G6 di Lione di inizio ottobre, il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini aveva delineato la strategia del governo nel caso in cui lo spread tra i rendimenti dei titoli di stato tedeschi e italiani avesse continuato a crescere. Ricordando la spesso celebrata ricchezza privata italiana, si era detto convinto che gli italiani sarebbero stati pronti a dare una mano, per poi tornare sul tema menzionando possibili sgravi fiscali agli coloro disposti a investire nei buoni del Tesoro. Esternazioni come quella di Salvini fanno pensare che il governo sarebbe senz’altro disposto a ricorrere a forme di repressione finanziaria in caso di crisi. L’agenzia di rating Moody’s pare condividere questo punto di vista: nella sua ultima valutazione sul debito italiano, infatti, ha affermato che la decisione di mantenere un outlook stabile riflette “importanti risorse creditizie che compensano l’indebolimento della posizione fiscale”, e in particolare il fatto che “le famiglie italiane hanno patrimoni consistenti, un importante cuscinetto contro shock futuri oltre che, potenzialmente, una fonte sostanziale di finanziamento per il governo”.

La Voce
Per valutare potenzialità e limiti delle “manette agli evasori” conviene partire dal punto più alto del nostro ordinamento giuridico: la Costituzione, che, all’articolo 112, stabilisce l’obbligo dell’azione penale. Le costituzioni dei principali paesi europei (Francia, Spagna, Germania) non contengono un articolo analogo, al massimo lo derivano da altre disposizioni (Spagna e Germania). A livello di codici di procedura penale, solo la Spagna prevede l’obbligo (articolo 100, Ley de Enjuiciamiento Criminal). In Francia è previsto il suo esatto opposto, la facoltatività dell’azione penale (articolo 40-1, Code de procédure pénale). In Germania è invece previsto l’obbligo (articolo 152, Strafprozeßordnung), ma temperato dal principio di opportunità (articolo 153 e seguenti), con cui il pubblico ministero rinuncia all’azione penale in caso, tra l’altro, di lievità del reato o di modalità alternative di esecuzione della pena. Simili restrizioni appaiono ragionevoli. L’obbligo dell’azione penale, motivato dall’eguaglianza dei cittadini, presuppone infatti che la magistratura sia in grado di perseguire tutti i reati, il che è però poco realistico e rischia di produrre effetti alquanto diversi, secondo il meccanismo di mito e paradosso descritto da Einaudi proprio con riferimento alla giustizia tributaria.

Il Sole 24 Ore
Al telefono, Paolo Savona, ministro per gli affari europei, mi conferma quanto aveva già detto in questi giorni: «Non ho alcuna intenzione di dimettermi!». Anche con il sottoscritto l’economista sardo ha così voluto ribadire – lui che veniva definito il “cigno nero”, l’euroscettico per eccellenza – di voler andare avanti ma pure lui è convinto, al di là della cena Conte-Juncker di sabato, che l’Europa val bene una messa: meglio evitare lo scontro a 360 gradi con Bruxelles. Sarebbe stato paradossale il fatto che proprio l’involontario responsabile del primo “no” di Mattarella al governo gialloverde perché ritenuto un ministro anti-europeo, fosse pronto ad immolarsi per la causa europea e dare, così, l’esempio ai suoi colleghi, a cominciare da Tria che continua a sedere in via Veneto nella poltrona che, in un primo momento, avrebbe dovuto occupare lui.

INCHIESTE
Il Sole 24 Ore
Nonostante i dubbi (sulla opportunità di uno scontro frontale con l’Europa) manifestati da alcuni esponenti del governo italiano, i capi politici di quest’ultimo continuano a fare la faccia feroce con Bruxelles. Matteo Salvini considera le raccomandazioni della Commissione europea niente più che «letterine di Babbo Natale», Luigi Di Maio le considera niente meno che una ricetta «per continuare la macelleria sociale in Italia». Stiamo assistendo alla replica linguistica della campagna che condusse (nel 2016) al referendum sulla Brexit. Anche allora c’erano leader (come Nigel Farage o Boris Johnson) divenuti popolari per la loro capacità di mobilitare il disprezzo nei confronti dell’Unione europea (Ue), disprezzo alimentato dalle bugie (non contrastate) sulla «degenerazione tecnocratica di quest’ultima» o «sui soldi che si sarebbero recuperati» uscendo da quest’ultima.

Il Sole 24 Ore
A più di due anni dal referendum del 23 giugno 2016 con cui il 51,8% dei britannici ha scelto di abbandonare la Ue e a oltre un anno e mezzo dall’inizio dei negoziati avviati il 29 marzo 2017, l’Unione europea e il Regno Unito hanno raggiunto l’accordo ufficiale per l’uscita del primo membro dalla nascita della Ue dopo quarantacinque dall’adesione. È una tappa storica ma anche un giorno «triste» e «una tragedia» ha commentato il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker. L’annuncio arriva via Twitter e lo dà il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk:«I 27 leader Ue hanno dato il via libera politico all’accordo di divorzio» dal Regno Unito «e alla Dichiarazione politica congiunta» sulle relazioni future.

Il Sole 24 Ore
Da un lato la Russia, dall’altro gli Stati Uniti, in mezzo l’Europa. È scoppiata la guerra fredda del gas, una contesa in cui per fortuna non si schierano missili bensì tubi e terminali per il Gnl, ma che sta diventando sempre più aspra da quando Washington – già politicamente ai ferri corti con Mosca – ha aperto la crociata per il «predominio energetico globale». All’origine di tutto c’è il poderoso sviluppo delle risorse da shale, che ha proiettato gli Usa al vertice della classifica mondiale dei produttori di idrocarburi: oggi gli americani estraggono più petrolio dei sauditi e più gas dei russi. E da quando hanno liberalizzato l’export, circa tre anni fa, sono lanciati alla conquista dei mercati internazionali. Il primo impianto di Gnl autorizzato a esportare, quello di Cheniere Energy a Sabine Pass, in Louisiana, ha già quattro treni di liquefazione e un quinto in costruzione. La stessa società ha appena inaugurato un altro terminal, a Corpus Christi in Texas, mentre da marzo è attivo quello di Dominion Energy a Cove Point (Maryland). Diversi altri impianti dovrebbero entrare in funzione il prossimo anno, potenzialmente spingendo la capacità di esportazione degli Usa a 65 tonnellate l’anno, più del triplo rispetto a quanto ha venduto all’estero nel 2018.

Milano Finanza
Asia mista a inizio settimana, il Nikkei chiude in rialzo dello 0,65%, mentre Hong Kong cerca di recuperare lo scivolone di venerdì sul settore tecnologico e guadagna, alle ore 7:30 italiane, l’1,41%, ma Shanghai, che fino ad ora è stata vicina alla parità, comincia a scendere e perde lo 0,31%. Intanto il Bitcoin scende per la prima volta nel corso dell’ultimo anno sotto quota 4mila, per poi recuperare sulla linea di confine a 4,061 dollari. Oro in rialzo dello 0,18% a 1.229,1 dollari l’oncia, mentre il petrolio Wti americano guadagna l’1,51% a 51,19 dollari il barile cercando di resistere alle forti vendite di venerdì a Wall Street quando ha perso oltre il 7%. A dominare la scena oggi sono le tensioni politiche. Nelle scorse ore la guardia costiera russa ha affermato che tre navi ucraine avevano attraversato senza autorizzazione le proprie acque. Dal fronte opposto, Kiev ha accusato le unità di Mosca di aver deliberatamente speronato una sua imbarcazione, un rimorchiatore, che trainava due mezzi militari ucraini verso Mariupol, nel Mare d’Azov. Il servizio d’intelligence russo, l’Fsb, invece, ha accusato la marina ucraina di aver violato le acque territoriali di Mosca in una “provocazione” contro la Russia. La tensione resta alta, anche perché la Russia è sotto pesanti sanzioni da parte dell’Ue proprio per aver cercato di annettersi l’Ucraina. E’ stata ieri per prima la Russia a denunciare uno sconfinamento delle navi ucraine nel Mar Nero. Per contro, Kiev ha parlato di speronamenti e colpi d’arma da fuoco con due marinai ucraini rimasti feriti. Il presidente Poroshenko ha convocato una riunione d’emergenza del governo.

Il Sole 24 Ore
Sergio Marchionne, l’ex amministratore delegato di Fca-Fiat Chrysler somparso il 25 luglio scorso, è stato il manager più pagato nel 2017 fra le società italiane quotate in Borsa, con 46,3 milioni di euro lordi di compensi totali, tra stipendio monetario, bonus e controvalore delle azioni gratuite, per tutte le cariche sociali. Il secondo è Flavio Cattaneo, ex ad di Telecom Italia, con 25,96 milioni quasi tutti costituiti dalla buonuscita. Terzo Remo Ruffini, presidente e ad di Moncler con 14,71 milioni, in prevalenza generati dalle plusvalenze per l’esercizio di stock option. Al quarto posto, alla pari, Patrizio Bertelli e la moglie Miuccia Prada Bianchi, con 12,65 milioni lordi ciascuno nell’esercizio di 11 mesi terminato il 31 dicembre 2017. Sono entrambi ad del gruppo Prada Spa, che è quotato a Hong Kong, ma viene incluso in questa classifica – elaborata dal Sole 24 Ore su documenti societari – perché la base dell’attività è in Italia. Per lo stesso motivo sono incluse Fca, la controllante Exor e le altre società della galassia degli eredi Agnelli-Nasi, Ferrari e Cnh Industrial, anche se la sede legale è in Olanda.

COMMENTI
Il Sole 24 Ore — Vittorio Pelligra
La colpa di Sisifo era la sagacia e l’arroganza e per questo venne condannato da Zeus a far rotolare un macigno dalla base, fin sulla cima di una montagna, per poi, una volta raggiunta la cima, vedere la pietra precipitare nuovamente giù, pronta per essere issata nuovamente verso la vetta; il tutto per l’eternità. Albert Camus, interpretando questo mito, sottolinea che la parte veramente tragica di tutta la faccenda non sta tanto nella fatica e nello sforzo, a cui Sisifo è costretto; neanche nella ripetitività del gesto, quanto piuttosto nell’assurdità del compito cui Sisifo è condannato, nella sua inutilità. Una recente indagine appena pubblicata da Robert Rur e Max van Lent (Socially Useless Jobs, Tinbergen Institute, 2018) evidenzia come questo senso di inutilità sia più diffuso di quanto si possa pensare: in un campione di centomila lavoratori, in quarantasette nazioni differenti, circa il venticinque per cento, la maggior parte tra i giovani, considera il proprio lavoro “socialmente inutile”, senza senso. Senza contare i lavoratori delle cosiddette sin industries: le industrie fortemente inquinanti, quella delle armi, del tabacco, dell’azzardo. Lavori così “moralmente faticosi”, proprio perché socialmente dannosi, da prevedere un livello di remunerazione mediamente più alta, rispetto a quella di altri settori, una sorta di compensazione al senso di colpa.

INTERNAZIONALE
Financial Times
What is the economic impact of the UK’s withdrawal agreement with the EU? A whole suite of analysis published this week, including one from the government, one from the Bank of England and probably many from independent organisations, will attempt to answer that question. Most should find a long-term cost of trading on the backstop terms compared with staying in the EU of about 3 to 4 per cent of national income over a decade, and a benefit relative to leaving the EU and trading on World Trade Organization terms of about similar size. We know this because of the leaked Whitehall briefing from earlier this year. That analysis put the long-term cost of WTO terms at about 8 per cent of national income and a Free Trade Agreement at about 5 per cent over 15 years.  The backstop should be slightly better than a standard FTA as, while the UK will not be able to strike trade deals with the US or anyone else, goods leaving the UK will not face customs checks at the border.

Bloomberg
India’s jewelry exporters expect tighter lending to douse any recovery in overseas sales this year, stoking fears that buyers will shift to rivals China and Thailand. In the nine months since India’s biggest bank fraud came to light, jewelers have struggled to get credit to run their businesses. Borrowing costs have risen as the $2 billion banking fraud allegedly perpetrated by diamantaire Nirav Modi unraveled and the central bank stepped in, banning short-term financing in foreign currency to limit the damage to the financial system. The fallout from the fraud has been worsened by a debt crisis at a local lender.

Financial Times
“We weren’t just putting lipstick on a pig and putting it back in the pigpen,” said Steve Rattner, President Barack Obama’s “car tsar”, as he reflects on the crisis that engulfed the Big Three Detroit carmakers a decade ago — and on a future that looks at least as challenging.  Back then, the worry was: would Ford, General Motors and Chrysler survive the financial crisis. Today, survival is again at issue. It is not a recession but a technological challenge: can traditional carmakers endure in world where cars are increasingly self-driving, shared, and powered by electricity? Competing in that world will require investments of many billions of dollars to create cars that drive themselves, and business models that can make money from fleets of autonomous vehicles.

Business Insider
Scammers have found a new avenue for defrauding unsuspecting victims: Google Maps. The Google-run online map service lets users submit changes and corrections to listings — so would-be fraudsters are changing the contact details listed for banks on the app. Then, when unsuspecting bank customers ring up what they think is their financial institution, the scammers extract their private banking details and use it to empty their accounts. Police in Maharashtra, India, put out a warning about the scam after hearing of multiple cases in the last month, as earlier reported by The Hindu. But while their warning specifically applies to scammers in India, there’s nothing to stop criminals elsewhere in the world from trying to pull the scheme off. It’s a cautionary warning that the information on Google Maps isn’t always as trustworthy as it might appear.

TECNOLOGIA
Il Sole 24 Ore
«Probabilmente la maggior forma di disuguaglianza umana è tra chi è vivo e chi non lo è più». No, non è Oscar Wilde: la frase è di Peter Thiel, il visionario co-cofondatore di Paypal, l’uomo che considera la morte «un problema che va risolto». Su Thiel, consulente tecnologico “unofficial” di Donald Trump, da tempo circolano rumours su continue trasfusioni di sangue giovane per allungarsi la vita. Voci mai confermate. Di sicuro, sta finanziando con milioni di dollari svariati progetti di ricerca contro l’invecchiamento. Thiel non è solo. Tra i più eccentrici principi della Silicon Valley, la sfida a scacchi con la morte è terribilmente di moda. Senza scomodare il paradigma degli eccessi, Elon Musk, sappiamo per certo che il fondatore di Oracle, Larry Ellison, ha donato 370 milioni di dollari ai progetti di ricerca per allungare la vita. Mentre nel 2013 Bill Maris, il ceo di Google Ventures che perse il padre per un cancro al cervello, convinse il ceo Larry Page e il presidente Sergey Brin a dare vita a Calico, progetto miliardario e segretissimo di “Big O” per allungare la vita. Al quale si aggiunge Verily, altra società del gruppo di Mountain View che progetta e produce sistemi per migliorare la qualità della vita di chi è affetto da malattie croniche, come il diabete o il morbo di Parkinson.

Il Sole 24 Ore
Definito “il genio infaticabile” dal Wall Street Journal, Ray Kurzweil è considerato uno dei più grandi inventori e scienziati informatici viventi. Oggi direttore del settore ingegneristico di Google, dove è a capo di un team di ricerca sull’intelligenza artificiale, il 69enne figlio di ebrei austriaci cresciuto nel Queens di New York ha fama di acutissimo futurologo: delle sue 147 previsioni fatte dagli anni Novanta a oggi ben l’86% si sono rivelate esatte. Ora Kurzweil ha lanciato la sua nuova profezia: un’accurata agenda della “singolarità tecnologica”, ovvero il punto in cui il progresso tecnologico accelera oltre la capacità di comprendere e prevedere degli esseri umani. La “singolarità” può riferirsi all’avvento di una intelligenza superiore a quella umana (anche artificiale) e ai progressi tecnologici che, a cascata, ne seguirebbero. L’anno della “singolarità tecnologica”, secondo il guru americano, sarà il 2045. Tra 28 anni l’intelligenza degli esseri umani verrà moltiplicata miliardi di volte rispetto alle originarie potenzialità biologiche attraverso la fusione con l’intelligenza articiale creata dall’uomo stesso. Si tratta di quella che Kurzveil, nel suo libro The singularity is near, ha definito la “quinta epoca”: quella della fusione tra la tecnologia e l’intelligenza umana, con la tecnologia che padroneggia i metodi della biologia (inclusi quelli dell’intelligenza umana). In altre parole, il 2045 segnerà il passaggio dall’intelligenza biologica a una combinazione di intelligenza biologica e artificiale.

Il Sole 24 Ore
Quasi la metà -per la precisione il 49%- dei lavori svolti attualmente da persone fisiche, nel mondo, potranno essere automatizzati quando le tecnologie «correntemente sviluppate» si saranno diffuse su scala globale. Lo rivela uno studio McKinsey Global Institute. Lo studio si concentra su un grado di granularità molto dettagliato, arrivando a prendere in considerazione non i singoli lavori (per esempio, “agricoltore”, “operaio manifatturiero”, “tecnico informatico”) ma i singoli compiti svolti (“addetto alle macchine agricole”, “addetto alla tornitura”, “sistemista”. E prende in esame 54 nazioni del mondo, per un totale di circa il 78% dei lavoratori del pianeta. L’alta granulosità dello studio consente quindi di arrivare a conclusioni molto dettagliate. Per esempio, sono relativamente poche le professioni che potranno in futuro essere totalmente automatizzate: meno del 5% del totale, ma nel 60% dei lavori, il 30% delle attività potranno essere svolte automaticamente da robot o sistemi di intelligenza artificiale. Globalmente, il 49% dei lavori fruttano salari complessivi annui calcolabili in 16.000 miliardi di dollari. Metà di questi sono distrubuiti tra Cina, India, Stati Uniti e Giappone. Solo tra Cina ed India, i lavoratori coinvolti sono circa 600 milioni. Tra i Paesi analizzati da McKinsey c’è anche l’Italia, dove sono coinvolti il 50% dei compiti, per un totale di 11,8 milioni di lavoratori.

Il Sole 24 Ore
Certo, per avere auto che guidino totalmente da sole ci vorranno ancora decenni. Ma già nel 2025 la nostra vita da guidatori e proprietari di veicoli cambierà non poco: proprio in questi mesi, giorno dopo giorno, vengono approvate norme italiane ed europee che non solo introdurranno come dotazioni obbligatorie sulle auto nuove alcuni sistemi di assistenza che si avvicineranno alla guida autonoma, ma porteranno nuove limitazioni al traffico in città, imporranno di rispettare i limiti di velocità (prevalentemente di 90 km/h) anche sulle superstrade, inaspriranno le tasse sui modelli con maggiori emissioni e consentiranno di pagare i pedaggi col Telepass anche all’estero. È bene tenere conto di tutto questo: potranno cambiare anche i prezzi delle auto e i calcoli di convenienza tra un tipo di vettura e un altro

Il Sole 24 Ore
Lo incontriamo in un bar: è un giovane un po’ timido ma molto appassionato di comunicazione e decisamente divertente. Che per il suo account da 800mila follower ha scelto un nome impegnativo: @dio. Intervistarlo è parsa subito una necessità professionale ineludibile. Come posso rivolgermi a lei, cioè a voi. A loro? Di solito prediligo Vostra Tuttezza, ma oggi mi sento più elastico. Alleluja! Da quanto tempo fa l’influencer? Eh, da millenni. Gli umani di base sentono il bisogno di essere guidati, per le loro scelte, per sapere come comportarsi, per la vita quotidiana. Diciamo che sono abituato a essere invocato. Ma se ti riferisci ai social, su Twitter sono sbarcato nel 2011.

Il Sole 24 Ore
Ci si potrà stupire che i bambini delle primarie siano in rete per sette ore al giorno, tra giorni feriali e festivi. Ma anche i genitori hanno le loro responsbilità dal momento che mettono in mano uno smartphone o un tablet ai loro figli fin dal primo anno di vita. Diciamo che quella rappresenta l’età minima in cui un bimbo si trova davanti uno schermo digitale, ma quella media non sale di molto: due anni e mezzo. A parziale compensazione il 70% dei bambini non possiede il cellulare. Sono dati di certo parziali, ma sono indicativi della pervasività del digitale tra i più giovani. I numeri li fa la ricerca “Digitale sì, digitale no” che da questa fotografia, fatta sulla base delle risposte di 1.300 genitori, parte per valutare le ripercussioni di questa nuova realtà sul mondo della scuola, rilevando l’esperienza e le opinione di 1.389 docenti di 45 scuole primaria in tutta Italia. Senza dimenticare gli studi specifici sull’effetto del digitale sull’evoluzione dello sviluppo dei ragazzi. A guidare lo studio sono stati il Cnis dell’Università di Padova, sotto la guida di Daniela Lucangeli, e il Centro Studi ImparaDigitale, insieme alla Bocconi e all’Università di Cagliari, con il supporto di Acer Education.

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OFNews: Dolce&Gabbana – Intervista a @Dio – è scoppiata la bolla dei Bitcoin ultima modifica: 2018-11-26T13:26:44+00:00 da Redazione LeggoNewsletter

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