[CACAO del Sabato] Ricordando Dario

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Cacao - il quotidiano delle buone notizie comiche
nr. 187/2018
sabato 13 ottobre

DI SIMONE CANOVA, JACOPO FO, GABRIELLA CANOVA E MARIA CRISTINA DALBOSCO

Dario Fo – Razza di zingaro
Una storia unica e vera, un romanzo commovente di uno zingaro campione di boxe al tempo del nazismo. Un romanzo del premio Nobel Dario Fo.
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 Ricordando Dario
Ricordando Dario
Carissimi,

il 13 ottobre di due anni fa ci lasciava Dario Fo. Uffa.

Non so cosa darei per un’altra serata con lui mentre raccontava del suo ultimo progetto, con una passione sempre uguale sia che parlasse di uno spettacolo sull’attualità che della vita di un grande artista del passato.

Diceva della vita che era: “Una meravigliosa occasione fugace da acciuffare al volo tuffandosi dentro in allegra libertà”.

E nella vita Dario si è proprio tuffato e per quanto riguarda la libertà… beh, non c’è da discutere.
Autore, attore, drammaturgo, pittore, mille i volti del nostro premio Nobel preferito, diceva:
“Gli autori negano che io sia un autore. Gli attori negano che io sia un attore. Gli autori dicono: tu sei un attore che fa l’autore. Gli attori dicono: tu sei un autore che fa l’attore. Nessuno mi vuole nella sua categoria. Mi tollerano solo gli scenografi”.
E affermava anche di essere un pittore prestato al teatro. Aveva un forte spiritualità pur dichiarando di essere ateo e a questo proposito nel libro “Dario Fo e Dio” scritto con Giuseppina Manin scrive: “Se siete in crisi, vi sbattete in ginocchio e pregate il Signore, i santi e la Madonna che vi vengano a tirar fuori. Noi atei, al contrario, non ci possiamo attaccare a nessun Santissimo. Per le nostre colpe dobbiamo rivolgerci solo alla nostra coscienza”.

E quante battaglie hanno combattuto lui e Franca per il diritto di informare: “Fermare la diffusione del sapere è uno strumento di controllo per il potere perché conoscere è saper leggere, interpretare, verificare di persona e non fidarsi di quello che ti dicono. La conoscenza ti fa dubitare. Soprattutto del potere. Di ogni potere.”
E anche: “In tutta la mia vita non ho mai scritto niente per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po’ le teste. Tutto il resto, la bellezza per la bellezza, non mi interessa”.
E a chi cercava di imbrigliare la satira, o faceva dei distinguo su cosa era o non era satira rispondeva: “È un aspetto libero, assoluto, del teatro. Cioè quando si sente dire, per esempio, "è meglio mettere delle regole, delle forme limitative a certe battute, a certe situazioni", allora mi ricordo una battuta di un grandissimo uomo di teatro il quale diceva: "Prima regola: nella satira non ci sono regole". E questo penso sia fondamentale. Per di più ti dirò che la satira è un’espressione che è nata proprio in conseguenza di pressioni, di dolore, di prevaricazione, cioè è un momento di rifiuto di certe regole, di certi atteggiamenti: liberatorio in quanto distrugge la possibilità di certi canoni che intruppano la gente” (da un’intervista di Daniele Luttazzi nel programma Satyricon, puntata 11, 4 aprile 2001).

E raccontava le vicende degli ultimi, le bugie della storia raccontata dai vincitori. E sempre, sempre, utilizzando lo strumento della risata. Perché a ridere si comincia fin da piccoli e il riso è sacro:  “Nelle tradizioni delle culture più primordiali una delle pratiche principali atte ad accogliere i neonati alla vita era il rituale di farli ridere. Danze, canti, gesti, movimenti, azioni collettive: tutti si impegnavano a trovare ogni strategia possibile finché il bambino rideva. E questo capitava normalmente presto, perché il bambino ha nelle sue corde questo tipo di approccio con la realtà. Il rimbalzo dello scherzo, della battuta, il gioco della beffa, del rovesciamento per ritornare “in piedi”, il paradosso è il linguaggio naturale del bambino: è come se oltrepassasse la verità con una sua visione personale e comprende l’assurdo attraverso le risate. Così è nata l’intelligenza, quella vera. Così nasce il senso più vero della cultura. Anche a pochi anni di vita, il bambino ha bisogno della finzione per raccontare qualcosa di suo: e per questo un attore deve sapere quando “parla” a dei bambini, perché insegna a loro, dà a loro gli strumenti per imparare più a fondo il gioco dell’ironia. O qualche volta si rende conto che il bambino l’ha già imparato, prima ancora che l’attore calchi il palcoscenico … quanto spesso capita che tra il pubblico i bambini ridano prima degli adulti o prima ancora che il paradosso abbia raggiunto l’apice comico? Perché i bambini studiano la realtà proprio attraverso il paradosso e ne valutano valori e limiti con questi strumenti.”

Grazie, Dario.

Gabriella

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[CACAO del Sabato] Ricordando Dario ultima modifica: 2018-10-13T15:15:36+00:00 da CACAO

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